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Il posto pubblico non attira più

La Pa non attrae più. Le recenti vicende del concorsone per gli esperti di programmazione e rendicontazione comunitaria, da reclutarsi per sostenere i soggetti attuatori dei progetti del PNRR (gli enti locali in primo luogo), dimostrano che lavorare per lo Stato (o per il settore pubblico) non ha appeal.
Sulla stessa linea altri concorsi banditi da amministrazioni nazionali di peso, come INPS e INAIL, per specifiche professionalità. In entrambi i casi gli idonei sono stati alla fine meno dei posti disponibili.
Le motivazioni di questo fenomeno sono molte e non sorprende che il ministro Brunetta glissi sul tema, alquanto imbarazzante.
In primo luogo, ci sono i livelli retributivi che lo Stato è contrattualmente in grado di offrire: non è un caso che nel nuovo CCNL funzioni centrali, apripista della contrattazione negli altri quattro comparti del lavoro pubblico, si stia con fatica cercando di introdurre una sorta di area quadri, pagata meglio dei funzionari.
Un secondo motivo è certamente l’incapacità dell’Amministrazione di assumere personale “Junior” e di farlo crescere in casa (perché non si fa formazione specializzata e perché tutti i mestieri “tecnici” sono esternalizzati).
Un terzo motivo è la concorrenza di fatto fra datore di lavoro pubblico e società privata che vende servizi al datore di lavoro pubblico. E’ facile comprendere come, da anni, tutti coloro che hanno una qualche esperienza ad esempio nel tema dei rapporti finanziari con la Commissione in sede di esecuzione della programmazione operativa dei fondi SIE (cioè i candidati a diventare capi progetto nel PNRR) sono tutti acquisiti dalle società di consulenza che si dividono i lucrosi appalti per l’assistenza tecnica alle amministrazioni.
Quarto problema: la concorrenza esterna al circuito settore pubblico – settore privato che lavora principalmente su commesse pubbliche. E questo è una funzione del livello di esperienza e professionalità che si richiede: lo Stato difficilmente potrà fare concorrenza al settore privato nella ricerca di professionisti di livello che sono interessati a consulenze ben pagate o a inquadramenti che il settore pubblico non offre se non a livello di dirigenza di prima fascia.
Un quinto problema è che lo Stato non ha quasi più ruoli tecnici, salvo in alcuni settori: ricrearli da zero è molto difficile come è difficile capire i propri fabbisogni di personale specializzato. Il rischio è di “sbagliare” i fabbisogni qualitativi e predisporre bandi praticamente irrealistici rispetto alla realtà della domanda di lavoro alla quale si cerca di attingere con le procedure di reclutamento.
Quello che emerge da questo quadro sconfortante è che, purtroppo, il lavoro alle dipendenze di una PA non è solo dequalificato, ma è addirittura dequalificante. Nel senso che le competenze eventualmente acquisite prima di entrare nella PA si perdono rapidamente per obsolescenza e mancata formazione professionale e per l’oggettivo dato che le attività ad alto contenuto specialistico, tecnico o professionale, sono tutte affidate all’esterno o a società miste.
La scelta implicita fatta dal decisore politico più di vent’anni fa fu quella di spegnere il fuoco sotto l’incremento del costo del lavoro pubblico, figlio delle infornate clientelari degli anni 70 e 80, e destinato a trasformarsi in onere pensionistico. Furono così spalancate le porte ai soggetti esterni ai quali rivolgersi per vedere il lavoro fatto, liquidando nel tempo quel che di tecnico c’era nelle amministrazioni. I restanti dipendenti di ruolo, già scarsamente qualificati all’ingresso (ragioniamo sui grandi numeri, è ovvio che ci sono sacche di competenza e di specializzazione), furono abbandonati al proprio destino professionale che si configurò in due strade alternative: essere volenterosi autodidatti per necessità e volontà di non abbrutirsi o abbandonarsi alla morte professionale, accettando l’idea implicita che il lavoro pubblico fosse qualcosa di simile alla congrua dei sacerdoti. Una piccola rendita per sopravvivere, cercando di non fare danni sino alla pensione.
E’ chiaro che oggi un datore di lavoro di questo tipo ha grosse difficoltà a trasformarsi in “recruiter” di livello.
CB
Renato Brunetta