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Di Maio le spara grosse sulla Francia, ma dimentica la Cina e la sua “Nuova via della seta”

Come diremmo a Roma, “arieccoli, Mimì e Cocò!”. I grillini sono la cartina di tornasole di un paese che ha da tempo perso la trebisonda. Sorvoliamo sulla intemerata di Elio Lannutti che tira fuori i Protocolli dei Savi di Sion: li ho studiati al liceo (li ho anche letti) come esempio di propaganda della polizia segreta Zarista. Un documento falso, quindi, costruito a tavolino per motivi politici e sulla base di “lavori” precedenti scritti in Francia ed in Germania. Di Maio e il suo dioscuro Di Battista, invece, ci hanno dato una ulteriore prova di come il detto latino “rem tene, verba sequentur” vada, per i cinque stelle, puntualmente letto al contrario. Se logica e filosofia impongono di chiarirsi bene le idee, prima di aprir bocca (“abbi chiari i concetti ed i discorsi verranno da sé”), il mantra grillino è “spara la prima fregnaccia che ti viene in mente, poi vediamo”. Del colonialismo francese dovremmo sapere abbastanza – guardatevi ad esempio il bellissimo “La Battaglia di Algeri” di Pontecorvo, ma la storiella del franco CFA è veramente da barzellette all’osteria. Intanto, perché di valute con quel nome ne esistono due: una per i dieci paesi che fanno parte della “Comunità economica degli stati dell’Africa Occidentale” otto dei quali adottano il Franco CFA dell’Ovest, l’altra per gli otto paesi che aderiscono alla “Comunità economica degli stati dell’Africa Centrale” e che si chiama Franco CFA centro-africano. E mi fermo qui. Di Maio poi omette – non lo sa o, comunque, non gli interessa – che dal 2013 la Cina sta investendo la sua enorme massa di liquidità (anche) in Africa, nell’ambito del progetto “Nuova via della seta” che mira allo “sviluppo delle infrastrutture di trasporto e logistica,  promuovendo il ruolo della Cina nelle relazioni globali, favorendo i flussi di investimenti internazionali e gli sbocchi commerciali per le produzioni cinesi”. In Africa la Cina sta costruendo infrastrutture pesanti, attingendo al finanziamento multimiliardario del progetto “One Belt, One Road” – la denominazione in inglese della Nuova via della Seta: la dottrina cinese, in chiaro contrasto con la politica protezionistica di Trump e in piena autonomia con le velleità neoimperiali di Putin, è estremamente lungimirante e mira a costruire un grande mercato e una gigantesca rete commerciale in una prospettiva pluriennale – che rappresenta oggi l’unico vero programma nazionale di respiro globale in termini di sviluppo – per la creazione di una grande “area di prosperità euroasiatica” che non trascuri lo sviluppo, sia pure ancillare, dell’Africa. Africa che, come tutti sappiamo, dispone di enormi quantità di risorse preziose per lo sviluppo cinese, principalmente terre rare e minerali pregiati, ma anche carbone e petrolio dei quali il gigante asiatico ha un disperato bisogno. In questa logica, l’Europa ha un ruolo di consumatore sostitutivo degli USA, l’Africa di fornitore privilegiato di materie prime e la Cina di manifattura globale.

Di Maio e Di Battista, ovviamente, non hanno alcun interesse a raccontare cosa sta effettivamente succedendo, men che meno a toccare lo scottante tema del rapporto incestuoso tra e classe dirigente africana ed Areva, la multinazionale francese (con capitale pubblico) che gestisce, con mano ricattatoria, le concessioni minerarie, la raffinazione ed il trasporto dell’uranio che alimenta le centrali francesi e che viene estratto proprio in Africa centrale (Niger e Ciad), con un ruolo non secondario nello stop and go dei flussi migratori che passano per quelle frontiere.

Ed ecco la favoletta del franco CFA servita all’Inclita per motivi beceramente elettorali, mentre l’Italia e l’Europa – che si avviano ad una seria recessione economica con picchi negativi della produzione industriale – dovrebbero seriamente interrogarsi sul ruolo che vogliono avere negli anni ’20 e ’30 del ventunesimo secolo rispetto ai grandi piani dell’Impero di Mezzo (la Cina).

CB