Il Medio Oriente sta per esplodere

La guerra civile libica, la infinita crisi siriana, le ambizioni regionali iraniane per la creazione di una grande koinè sciita, la repressione saudita sugli houti yemeniti (colpevoli di essere sciiti in terra saudita), le mire imperialiste in salsa neo ottomana di Erdogan, la situazione dei nuovi giacimenti di gas e petrolio scoperti nelle acque cipriote, il ruolo di Israele, tutto congiura per una serie di conflitti regionali che potrebbero rapidamente detonare nella prima grande guerra medio orientale: qualcosa che il mondo non ha visto dai tempi della Guerra dello Yom Kippur.
In questo impasto micidiale, la mossa americana di eliminare il generale Suleimani è di difficile interpretazione: quale è l’agenda geopolitica di Washington nella regione? Il disimpegno USA – dopo la stagione interventista di Bush junior – era iniziato chiaramente con Obama. I costi di due guerre all’estero con due occupazioni militari da gestire, Iraq ed Afghanistan, erano insostenibili dopo la crisi del 2008. Trump, al di là delle dichiarazioni, ha proseguito sulla via del disimpegno, lasciando i più ampi spazi all’attivismo russo e turco (di tipo militare) e cinese (di tipo economico e industriale).
Che la potenza americana come l’abbiamo conosciuta dopo la fine del mondo bipolare nel 1990 sia in declino è un dato di fatto. Tuttavia le alleanze storiche non sono cambiate: gli americani in Medio Oriente sono saldamente schierati con i sauditi e con Israele al punto che l’eliminazione del principale artefice della politica di creazione di una grande area di influenza politica iraniana che si estenda alla parte sciita dell’Iraq ed alla Siria sembra più un favore (molto maldestro) fatto ai sauditi e ad Israele, magari nel tentativo di intestarsi una vittoria militare e politica – che sembra il coricarsi nel proverbiale letto di Procuste – in chiave elettorale.
Una mossa molto maldestra se, come sembra, Washington ha rinunciato ad impedire l’espansione di Teheran in Iraq quando, con Obama, ha promosso, in cambio dell’accordo sul nucleare, una politica di apertura verso quel moderatismo un po’ incolore di alcuni settori del regime iraniano che ambivano a diventare potenza regionale senza spargimento di sangue e costi militari.
L’Iran può colpire duramente gli interessi occidentali: i commerci petroliferi possono essere sostanzialmente bloccati dalle forze armate iraniane, ma a prezzo di una guerra aperta con gli americani che dispongono, comunque, di una capacità di proiezione di potenza notevole via mare e di basi militari nel quadrante medio orientale, a partire proprio da quelle offerte da Riad, sufficienti a lanciare attacchi aerei dissuasivi.
Il prezzo di una escalation però sarebbe salato per entrambe le parti: se è vero che Washington ha ridotto la sua dipendenza dal petrolio che passa per il Golfo Persico così non sarebbe per la vecchia Europa e per la Cina, capaci di fare “massa di pressione” per evitare il precipitare della crisi, e, comunque, sarebbe difficile per un Trump che aspira al secondo mandato, presentarsi agli elettori con qualche migliaio di bare di ritorno dal Medio Oriente o, peggio ancora, rischiare apertamente almeno due portaerei e le migliaia di uomini dei rispettivi equipaggi.
Ci sono considerazioni tecnico-militari che rendono oggi meno consigliabile schierare questo tipo di unità rispetto a dieci o vent’anni fa: la loro vulnerabilità è aumentata e gli americani, si sa, preferiscono affidarsi a droni, missili e solo come ultima risorsa agli attacchi aerei con veicoli con pilota.
Teheran, per suo conto, non ha interesse ad una guerra aperta che fagociterebbe immancabilmente altri attori regionali: i sunniti iracheni, stanchi del giogo sciita, gli egiziani, Israele, la Giordania col suo piccolo, ma valido esercito e, infine, la Turchia.
Gli occhi di Erdogan, peraltro, sono puntati su Cipro e sulla Libia in chiave anti egiziana ed anti russa: i turchi non vogliono un generale Haftar sostenuto dai russi e finanziato dagli egiziani in sella a Tripoli e sono in cerca di petrolio (come dimostrano i fatti ciprioti con l’invio di due fregate, una italiana e l’altra francese, per dissuadere Ankara da certi avventurismi energetici) anche quello libico.
Se l’Europa balbetta e l’Italia tace – pur avendo un dispositivo militare aereo e marittimo capace di interdire il Mediterraneo centrale alle altre potenze regionali – resta da chiedersi che senso abbia, oggi, la Nato con la Turchia al suo interno e con un Trump sempre più scettico e critico verso gli antichi alleati europei.
La presenza di truppe turche a Tripoli – un fatto che si va consolidando in queste ore – certamente imporrà al Governo italiano delle valutazioni molto stringenti e ci sono anche i militari schierati in Libano ed in Iraq che avrebbe senso cominciare a pensare di smobilitare. Potrebbero servirci in Libia e molto presto.

CB