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I molti errori di Capitan Ganassa

La pochade rappresentata ieri sul palco del Senato dovrebbe preoccupare tutti: le alternative – siano esse elezioni anticipate o cambi di maggioranza – promettono tempi grigi e, soprattutto, evidenziano in modo allarmante l’avvitamento, ormai terminale, della crisi del sistema politico italiano.

Se la principale novità politica degli ultimi anni, il Movimento cinque stelle, mostra la corda ed espone le proprie intrinseche debolezze (che non voglio riepilogare in questa sede), gli altri partiti non stanno molto meglio. Il Partito Democratico vive una diarchia distruttiva con Renzi che dà le carte nei due rami del Parlamento perché controlla i gruppi parlamentari e Zingaretti che dà le carte al Nazareno perché ha la segreteria del partito.

Renzi mira evidentemente a rompere ed a crearsi l’ennesimo “partito del capo” e sta solo prendendo tempo: se si votasse in autunno, l’operazione dovrebbe probabilmente essere rinviata. Perciò, in modo assolutamente inusuale, qualche giorno fa – non è chiaro a quale titolo – ha lanciato la sua iniziativa per evitare le elezioni con una conferenza stampa che deve aver irritato non poco Zingaretti e la sua corrente.

Se dovesse nascere un esecutivo “di responsabilità” è chiaro che Renzi ne rimarrebbe fuori, pur garantendo il voto di fiducia, intento a rifarsi una verginità politica dopo il rovescio del referendum, pronto poi a far saltare il banco appena le condizioni (vedi sopra) fossero mature.

Forza Italia è, ormai, un arcipelago di isole che vengono abbandonate dai naufraghi di Berlusconi. Silvio è vecchio e non ha più presa sull’elettorato: la sua immagine è usurata ed i personaggi che, per lustri, si sono assiepati alla corte di Arcore cercano, come possono, di rimanere in politica. La semi scissione di Toti – in rotta verso via Bellerio – e le contorsioni di Brunetta, Gelmini e Bernini però non hanno fatto i conti con l’imprevedibilità di Salvini.

Dice Giorgetti che nel suo partito, la Lega, la democrazia non esiste e che decide tutto “il Capo”. Il Capo però ha inanellato soltanto errori politici da quando è diventato ministro.

Proviamo ad elencarli: il primo è stato entrare a far parte del Governo. Gli sarebbe convenuto molto di più gestire i suoi ministri da capo della Lega, ma è un narcisista e non ha resistito al protagonismo social, disertando di fatto il Viminale. Secondo errore: se si vuol fare una politica di contenimento dell’immigrazione via mare, occorre chiedere ed ottenere i ministeri giusti ossia Difesa ed Infrastrutture e non gli Interni. Alle mire del Capo sarebbero servite infatti Marina Militare e Guardia Costiera, non la gestione dei centri di accoglienza tramite le Prefetture. Si è arrivati, infatti, a paradossali circolari nei quali il Ministro degli Interni dava ordini a strutture militari dipendenti dal Ministro della Difesa (la grillina Trenta). Salvini, di sicuro, non ha molti amici negli alti gradi delle forze armate, dei carabinieri e della finanza. Terzo errore: non chiarire subito la posizione della Lega nella vicenda russa, almeno politicamente. In Parlamento ci è andato Conte e non Salvini e, quale che sia la verità giudiziaria, se si arriverà mai ad una sentenza, tutta la gestione del caso dà l’idea all’opinione pubblica che ci sia qualcosa da nascondere. Quarto errore: seguire le orme di Renzi e confondere il consenso alle elezioni europee con quello di eventuali elezioni politiche nazionali. Anche Renzi prese la sbronza coi numeri delle europee e cadde nella trappola del “consenso al Capo”. Finì cotto e rosolato, ma ci mise qualche mese in più, complice il suo carattere permaloso ed astioso e la vicenda del fuoco amico da sinistra sul referendum costituzionale. Salvini, per suo conto, ci ha messo molto meno e con numeri più bassi. Non è assolutamente detto che i numeri delle europee, a distanza di mesi, possano essere confermati alle politiche. Quinto errore: Salvini è stato indeciso. Avrebbe dovuto rompere subito dopo le europee, se quella fosse stata l’intenzione, ricordandosi però che, in una democrazia parlamentare, sfiduciare un Governo non equivale automaticamente al ricorso alle urne, specialmente se i numeri del Parlamento che si vorrebbe vedere sciolto non ti vedono come primo partito della maggioranza. Sesto errore: la gestione dei social. Lo conferma la vicenda di ieri. Dopo la ramanzina, francamente grottesca, di Conte – sembrava, infatti, di sentire un Presidente del Consiglio di un altro Consiglio dei Ministri, non quello che, nei mesi passati, ha avallato ogni intemperanza di Salvini senza fare una piega – Salvini si è prodotto in un discorso fra il patetico ed il ridicolo, con contenuti nulli, e poi se ne è andato, senza ascoltare il dibattito in aula, per farsi un video in ufficio, al Viminale, da pubblicare sui social. Sembra proprio una coazione nevrotica e non è chiaro se sia Salvini che governa i social o i social che governano Salvini.

Ora “il Capo” deve sperare che Mattarella non tenga a battesimo un governo di “igiene pubblica” o che la mossa di Renzi fallisca, vuoi per la pavidità di Zingaretti, vuoi per la debolezza di Di Maio che indurrebbe i grillini al suicidio elettorale.

In questo caso, saranno la debolezza della figura di Mattarella, fin qui un mediocre Capo dello Stato, ovvero l’inconsistenza e le divisioni dei suoi avversari a dargli la possibilità di sbancare le urne.

Altrimenti lo cuoceranno a fuoco lento per altri mesi e cominceranno le fronde interne alla Lega dove gente come Zaia e la componente nordista si è stufata dell’uomo solo al comando e sta già affilando le armi perché la logica del “capo che decide tutto da solo” non sta funzionando.

E qui veniamo al più clamoroso e meno pubblicizzato fallimento di Salvini ossia il tentativo di trasformazione della Lega di Bossi e Maroni in una specie di nuova destra nazionale di tipo lepenista ed orbanista, la sua mutazione genetica da movimento secessionista – la cui presenza negli organi istituzionali di uno Stato unitario per ogni altro verso detestabile, aveva la sola funziona di promuovere una divisione non violenta ed indolore del nord più progredito dal centro sud assistenzialista (nella retorica padana). Si, Salvini ha effettivamente imbarcato da Roma in giù ogni pezzo di destra fascista che ha potuto, arrivando persino a corteggiarne le componenti estreme ed extraparlamentari, ma i “nuovi leghisti” poco o nulla si amalgamano con i vecchi che, con tanti difetti che pure hanno, certamente fascisti non sono.

Se Salvini dovesse – lo scopriremo nelle prossime ore – perdere il treno delle urne, gli toccherà, nei prossimi mesi di opposizione, fare i conti con una slavina interna e con un elevato rischio di isolamento nel suo partito che, adesso, ha davvero compreso che “il Capo” fa un sacco di fregnacce. I primi a fermarlo potrebbero essere proprio i suoi.

CB