Pie Intenzioni

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Il Corriere pubblica una bozza rivista delle linee guida per il piano nazionale di recupero e resilienza (Dio scacci questa parola dal nostro vocabolario) o PNRR (il pdf qui: https://www.corriere.it/economia/lavoro/20_settembre_16/recovery-fund-linee-guida-governo-documento-integrale-definitivo-pdf-8044589a-f804-11ea-b07a-89de8d9d3d69.shtml). Siamo di fronte, lo ribadiamo, ad un documento del tipo “pie intenzioni” in assenza di un quadro normativo eurounitario definito. Si arriva ad ammettere testualmente che esiste solo una bozza di regolamento del Consiglio UE.
L’unica scelta chiara è la volontà di non “trascinare” sulla RRF (resilience and recovery facility) vecchi impegni di spesa o impegni di spesa già finanziati o finanziabili con ordinari fondi SIE (FSE, FESR ecc.).
I criteri “negativi” cioè quelli che depongono per la non inclusione di un progetto fra quelli finanziabili da RRF sono forse l’unica novità sostanziale.
Il resto è un insieme abbastanza melenso di clausole generali e frasi fatte. Sulla PA non c’è una riflessione critica ab imis cioè sul modello organizzativo del soggetto istituzionale “amministrazione pubblica”, un concetto che oggi va chiaramente delimitato in assenza di un indice normativo univoco, dato che vi si ricomprendono anche i soggetti concessionari di pubblici servizi o addirittura soggetti privati che operano per conto delle PPAA erogando servizi al pubblico.
Ci si rende conto che la grandissima parte del personale è anziano, ha competenze obsolete e soffre delle conseguenze di una gestione della formazione professionale il più delle volte mirata a sovvenzionare il soggetto formatore, a prescindere dalla qualità e dal risultato della formazione.
Si esalta il mito dello Smart Working di cui non è assolutamente chiaro se e come si deciderà di normare l’insieme di situazioni che, già oggi, concretamente incidono sulla vita professionale dei lavoratori pubblici e sui processi decisionale dell’amministrazione. Si tace del grande convitato di pietra e cioè tutto quell’apparato di società private o parzialmente private che esistono solo come fornitori del settore statale e del settore pubblico e sui i costi delle quali in termini di efficienza di mercato ci sarebbe da aprire un lungo capitolo.
Anche il tema della riforma fiscale è risibilmente accennato: non si fa menzione della necessità di porre un freno alla dilagante crescita del complesso delle norme tributarie e alla capacità impositiva degli enti locali, introducendo altresì il tema – molto sensibile – della “subsidies review” cioè del taglio delle detrazioni e delle deduzioni fiscali che hanno un costo rilevante per le casse dello Stato, ma che toccano molti interessi sensibili.
Trascurato il tema della giustizia: viene affrontato con le solite osannate riforme, sempre le stesse, e non si capisce che senso abbia parlare di “riforma del diritto della crisi di impresa” se il 15 agosto 2020 è entrato in vigore il nuovo “codice della crisi d’impresa” (d.lgs.14/2019), né, tampoco, come non si prevedano meccanismi deflattivi per la giustizia civile ed amministrativa (clamorosamente ignorata nelle slides sul tema) e sul tema della certezza dei tempi processuali. Sul tema del lavoro, nuovamente, le solite parole d’ordine e frasi fatte: “revisione in chiave perequativa” degli ammortizzatori sociali non vuol dire nulla se non si decide di creare un sistemi con pochi istituti universali, ma soprattutto con importi unitari più consistenti, sistema che non può funzionare se, a fronte di politiche attive (ricerca occupazione) attuate in modo efficiente, non avremo un aumento della domanda interna di occupazione. Il tema delle infrastrutture tace, clamorosamente, della questione strategica del governo delle risorse idriche nazionali che, nei prossimi decenni, diventeranno un elemento di criticità geopolitica (guerre per l’acqua): la sicurezza nazionale si garantisce con la sicurezza delle risorse idriche e con la creazione di capacità produttiva, distributiva e di utilizzo con il minimo spreco. Su questo non c’è niente.
Sul Trasporto Pubblico Locale – che dovrebbe essere una chiave essenziale di sviluppo delle aree urbane – non c’è praticamente nulla (si parla, al solito, delle linee ferroviarie AV e merci, ma senza indicazione di prospettive concrete di sviluppo al Sud), mentre un potenziamento dell’offerta “intermodale” nelle grandi aree urbane è essenziale per la competitività del paese. Non può prosperare un paese in cui muoversi in una grande città richiede fatica, sacrificio e consistenti rischi di disservizio: è un diritto di base ed è un elemento strategico.
Infine, il tema della sanità nel quale si tace clamorosamente sulla crisi profonda della medicina di base che dovrebbe essere riformata e potenziata, non si fanno accenni alle malattie croniche (pur concausa di molte delle morti da covid), al tema della prevenzione, al tema della autosufficienza degli anziani e della gestione delle sempre crescenti fasce di popolazione anziana e necessitante di caregiver.
E’ un documento, francamente, deprimente e qualitativamente di livello molto scarso.
Il segno di una classe dirigente che non prova nemmeno ad avere una visione del futuro di questo paese, ma si limita a “fare le carte” per assicurare a sè stessa – non al paese – risorse da spendere in chiave elettoralistica.
L’Italia sembra non essere in grado di voler cambiare: è un paese inemendabile e condannato al declino sociale, economico e civile.
PS chi scrive si occupa professionalmente da vent’anni di fondi UE

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