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Preintesa sul pubblico impiego, Renzi vende fumo e i sindacati lo comprano

I sindacati festeggiano il superamento del blocco della contrattazione nazionale nel pubblico impiego: ieri infatti è stato firmato una sorta di pre accordo quadro che contiene una serie di impegni del Governo, relativi sia alla parte economica, sia al superamento di alcuni degli elementi normativi più indigesti per le organizzazioni dei lavoratori, partoriti dalla fantasia dei vari governi degli ultimi dieci anni.

In realtà c’è molto fumo e poco arrosto in quello che, lungi dal poter essere considerato accordo quadro, è poco più di una serie di dichiarazioni a verbale emesse congiuntamente dalle due parti.

Per quanto riguarda l’aspetto economico, il governo si impegna a stanziare risorse sufficienti a garantire un aumento medio di almeno 85 euro lordi a lavoratore, sia pure parametrato agli “incrementi contrattuali (…) riconosciuti mediamente ai lavoratori privati”. In sostanza non meno di 85 euro lordi, poi si vedrà. Come già fatto per i privati, vedi il recente rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici, si scordino i lavoratori pubblici di vederli tutti in busta paga quegli 85 euro: una parte finirà al finanziamento della “graduale introduzione (…) di forme di welfare contrattuale” ovvero alla “fiscalità di vantaggio” leggasi detassazione del salario accessorio e dei versamenti per la previdenza complementare. E’ interessante notare come nulla si dica del superamento dei blocchi imposti da varie leggi di stabilità e norme speciali al tetto complessivo dei fondi che, per ogni amministrazione, finanziano il trattamento economico accessorio.

Infine si prevede un generico impegno a favorire nel processo di revisione delle retribuzioni “i livelli retributivi che più hanno sofferto la crisi economica ed il blocco della contrattazione” ossia i livelli più bassi. Quali? Lo vedremo quando verrà effettivamente firmato un contratto nazionale e verrà effettuato l’inquadramento nelle fasce retributive del nuovo compartone delle amministrazioni centrali di tutti i lavoratori che non appartengono all’attuale comparto ministeri.

Nulla si dice della tempistica con la quale verranno effettivamente messi in busta paga gli aumenti e temo che la dicitura “a regime”, pur omessa nel testo della preintesa, scapperà fuori npubblicoimpiegoaccordoell’articolato contrattuale e che quel che rimarrà degli 85 euro medi e lordi, tolte le cifre destinate al “welfare contrattuale” ed alla “fiscalità di vantaggio”, poche decine di euro, verrà riconosciuto in busta paga nel corso del triennio 2016/2018. Occorre aspettarsi perciò una erogazione frazionata in almeno in due tranche, ipotizzando una firma di tutti i contratti di comparto (ormai ridotti a quattro) entro il 2017.

Ci sono poi una serie di generici impegni a rivedere il sistema delle fasce di merito introdotto dal D.Lgs.150/2009 o “Legge Brunetta” e, soprattutto, cosa che sta molto a cuore alle Organizzazioni Sindacali, un altro generico impegno a modificare le norme sulle relazioni sindacali, inclusa la materia dei permessi e dei distacchi.

Per quanto riguarda, invece, le modalità di impiego del salario accessorio vengono elencati una serie di parametri estremamente generici fra i quali un alquanto anacronistico collegamento fra produttività collettive e “livelli medi di presenza”, cosa che, a chiunque sappia un pochino di questioni contrattuali, apparirà una ripetizione di quanto già esiste in tema di parametri di calcolo di quella quota di “incentivo”, appunto definita “produttività collettiva”, che si è sempre pagata in proporzione alla effettiva presenza in servizio.

Siccome però il diavolo sta nei dettagli, è possibile che questa amplissima dicitura sottenda in realtà, anche stando a quanto trapelato sui colloqui fra le parti che, negli scorsi mesi, hanno preceduto questa preintesa, l’estensione al settore pubblico di quelle modalità di erogazione di una parte dell’accessorio in essere presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri ed in alcune altre amministrazioni. Si tratta di disposizione che vincolano l’erogazione di una quota di accessorio sotto forma di indennità a prolungamenti “forzati” dell’orario di lavoro in giorni specifici della settimana. Un escamotage che, senza toccare le norme sull’articolazione dell’orario di lavoro, ne determina di fatto un prolungamento ed un parziale irrigidimento.

Dare un giudizio di un testo del genere è abbastanza facile: al Governo serviva poter emetter un bel comunicato stampa pro Referendum, mentre le Organizzazioni Sindacali erano in imbarazzo dopo la firma di svariati rinnovi nei settori privati, da ultimo i metalmeccanici e quindi, entrambi, in una logica di cinismo strettamente politica e di corto respiro, hanno ben pensato di rifilare una serie di promesse e di “vedremo come fare”, senza ce siano ancora né risorse certe, né dei contratti nazionali pronti per essere firmati. Se poi il Governo cadrà o Renzi deciderà, anche in caso di vittoria del si al Referendum, di forzare la mano e andare al voto in primavera, si scordino gli statali di vedere una sola firma su un singolo contratto nazionale ed un solo euro di aumento.

Temo che, di fatto, il blocco delle retribuzioni pubbliche sia destinato a durare ancora diversi mesi.

 

Cosimo Benini

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