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Tragedia nazionale, l’Italia resta a casa

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Tragedia nazionale, l’Italia resta a casa –

Tragedia nazionale, o tragica nazionale. Mai vista una squadra più arruffona, con la voglia di fare gol inferiore alla mira e alla capacità di vedere come arrivare in porta. Sì, eravamo un po’ acciaccati, Bonucci, Immobile, Belotti e poi Darmian spedito all’ospedale o quasi da un calcione alle costole da uno di quei lungagnoni, giganti senza testa, incapaci di giocare al calcio ma certo non di prendere a calci gli avversari.

E’ anche vero che l’arbitro, severissimo con chi si azzardava a protestare, ha lasciato correre quattro o cinque rigori, forse sei, un po’ per parte, ma il primo era il nostro, e se andavamo in vantaggio sarebbe stata un’altra partita, costringendo i lungagnoni a tentare di giocare a pallone, non di limitarsi a piantarsi in difesa contando sulle dimensioni del corpo.

Sì, l’arbitro ha visto punizioni al contrario, ha punito gli italiani che cascavano a terra addosso agli svedesi, ignorando l’esistenza dei falli di ostruzione. E gli svedesi hanno fatto presto a capire che l’arbitro non vedeva niente e ne hanno approfittato per lasciarsi cadere a terra insieme all’italiano che avevano spinto o trascinato.

Tutto vero, per carità. Ma l’Italia dove stava? In campo si sono visti tanti bravi ragazzi che correvano per conto loro, senza idee, senza mettersi d’accordo su che cosa fare, da che parte attaccare. Se non ci fosse stato Jorginho, o come diavolo si scrive, non avremmo avuto nessuno a perdere tempo a pensare. Già, perché per giocare a pallone bisogna pure pensare, non basta prenderlo a calci.

Tiri verso la porta ne abbiamo fatti, ma senza mai impensierire il portiere svedese, preoccupato una sola volta, ma da un tentativo di autogol di Lustig, o come diavolo si scrive.

Troppa precipitazione, poche idee, schemi sempre uguali contro quei marcantoni che non hanno mai provato a giocare, si sono sempre limitati a fare un catenaccio all’italiana, anzi peggio.

E così, dopo la sconfitta in Svezia, il pareggio a reti inviolate a San Siro mette fine alla tragedia nazionale. Niente Russia per Buffon e compagni, è la prima eliminazione da sessant’anni, dal quel 1958 che, guarda la jella, si era giocato in Svezia.

Adesso tutti si consolano con l’inevitabile cacciata di Ventura, che qualche colpa ce l’ha, ma non quella di non essere riuscito a far vincere la squadra nel girone eliminatorio. E tutti a sperare che torni Conti o che arrivi Ancelotti, come se un ct, per quanto bravo, possa far correre gli asini come i cavalli. Non che quelli che erano in campo oggi a San Siro fossero asini, ma in panchina non c’erano cavalli per sostituirli.

Il calcio italiano è diventato da tempo povera cosa, senza ricambi, con le posizioni chiave nelle grandi squadre ricoperte tutte da stranieri, che non sono ammessi nelle nazionali, a meno di non costringerli a sposare ragazze italiane, con la dote del secondo passaporto.

Arrigo d’Armiento

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