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Vendeva bimbi alla Roma bene pedofila: detenuto si suicida in carcere

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Ha indossato uno scaldacollo, ha agganciato un’estremità alle sbarre della finestra della cella e si è lasciato cadere sul pavimento. Così, ieri pomeriggio, tra le 17 e le 18, si è suicidato Roberto Patassini, detto ‘la nana’, romano, 49 anni, detenuto nel carcere viterbese di Mammagialla, dove stava scontando una condanna per pedofilia e sfruttamento della prostituzione minorile. Sarebbe tornato in libertà nel 2022. Passatini è il quattordicesimo detenuto suicida dall’inizio dell’anno in Italia. Il secondo nel Lazio. I reclusi morti in carcere per vari motivi, nello stesso periodo, sono stati 40, tre dei quali nel Lazio. A trovarlo impiccato è stato il suo compagno di cella al rientro dall«ora di socializzazione», alla quale Patassini aveva rinunciato, forse perchè aveva pianificato nei minimi dettagli come togliersi la vita. Il suo corpo è stato messo a disposizione della procura della Repubblica di Viterbo, che ha già disposto l’autopsia. Patassini era stato arrestato dalla polizia nell’aprile 2006 nell’ambito dell’operazione ‘Fiori nel fangò, che portò allo smantellamento di un’organizzazione dedita alla pedofilia e allo sfruttamento della prostituzione minorile. I ragazzini, dagli 8 ai 14 anni, venivano reclutati nei campi rom di Roma o nelle squadre di calcio giovanili. Almeno 200 le vittime accertate durante l’inchiesta. Si trattava di bambini poverissimi, che venivano adescati e ‘compratì con pochi soldi: una paio di scarpe firmate, un telefonino, un ricarica, un panino da McDonald’s. In alcuni casi erano i loro stessi genitori a ‘venderlì per un televisore, un frigorifero, un pò di soldi. Gli ‘orchì erano quasi tutti insospettabili: allenatori di squadre di calcio, commercianti, imprenditori, rappresentanti della Roma-bene. Oltre a Patassini finirono in manette altre 17 persone. L’organizzazione era ramificata in mezza Italia. Condannato con sentenza definitiva, Patassini venne trasferito nel carcere di Viterbo e ristretto nella sezione speciale riservata ai condannati per reati sessuali. Era considerato un detenuto modello e aveva aderito a varie iniziative di socializzazione intraprese dalla direzione del carcere. Non riceveva visite dai familiari, con i quali aveva rotto i ponti. Era in contatto epistolare solo con uno zio sacerdote. «È probabile – ha commentato Danilo Primi, delegato regionale dell’Ugl penitenziari – che anche questo suicidio sia da ascrivere al grave sovraffollamento del carcere e alla cronica carenza d’organico. Al Mammagialla siamo arrivati a 740 detenuti, circa 200 dei quali con problemi psichiatrici. Di questi, almeno una cinquantina sono gravi, bisognosi di grande o grandissima sorveglianza. Ma con la carenza di personale non sempre è possibile garantirla». Ma negli ambienti carcerari c’è anche chi ritiene che l’uomo si sia tolto la vita per ‘senso di colpà o perchè non riusciva più a sopportare sia la detenzione che le ragioni per le quali gli era stata inflitta. Secondo il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni , il suicidio di Passatini «è l’ennesimo dramma della solitudine in carcere. Un uomo, apparentemente senza problemi, che partecipa a tutte le attività di socializzazione in carcere – commenta -, che decide di togliersi la vita, è la spia di un disagio forte, non manifestato, e proprio per questo ancor più difficile da prevenire, e dimostra che senza adeguati supporti psicologici, in carcere aumenta il rischio suicidio».

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