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Venezia affonda, il MOSE tarda e la politica balla

Nella vicenda della eccezionale “acqua alta” a Venezia di ieri si condensa tutto ciò che di più italiano – in senso deteriore – ha avvelenato gli ultimi lustri della vita pubblica del nostro paese: la lamentela permanente, il benaltrismo, la corsa al commento ed all’articolo di condanna ed indignazione, le visite lampo dei politici (come se mettersi calosce ed elmetto davanti alle telecamere servisse a qualcosa), la strumentalizzazione immediata e totale intesa come prospettiva di vita politica ad opera di tutte le forze parlamentari, il senso di scoramento e di ineluttabilità della decadenza (sino alle estreme conseguenze) che attanaglia una popolazione sempre più anziana e rinunciataria.

Ogni qual volta si verificano danni per fenomeni naturali in Italia questa è la prassi. Un approccio che non sposta di un millimetro la concretezza delle debolezze di un Paese circondato dal mare, sismico, in buona parte montagnoso con centri abitati di grande pregio storico ed artistico, ma sovente collocati in posizioni scarsamente difendibili da alluvioni, terremoti, frane ecc.

Per il MOSE – mi dicono stia per “Modulo Sperimentale Elettromeccanico” bruttissimo nome per un acronimo quasi sacrilego – opera vagheggiata da un cinquantennio, ma concretamente in via di realizzazione dal 2003, ci sono stati processi, condanne, arresti e tutto l’armamentario per corruttele e bustarelle che la tradizione italica ben conosce e, tuttavia, la tanto vituperata ANAC lungi dal bloccare i lavori ha posto in amministrazione straordinaria il Consorzio responsabile che quei lavori li ha proseguiti quasi in continuità con l’inizio delle vicende penali ossia dal 2014.

Insomma, la costruzione di MOSE è tutt’altro che bloccata: semplicemente è un’opera complessa e di dimensioni imponenti che si basa su un meccanismo particolarmente complicato – una serie di “basi” di cemento armato ancorate ai fondali, sulle quali sono incardinate delle paratie basculanti cave che, svuotate, tramite pompaggio di aria compressa, dall’acqua che ordinariamente le riempie, si innalzano, alleggerendosi, ruotando sul cardine che le vincola alla base in cemento sino a porsi in posizione verticale, l’una affiancata all’altra, per fungere, appunto, da diga mobile e proteggere Venezia e la laguna dalle maree.

La cagnara che si è sollevata per i fatti di ieri è ridicola e fuori luogo: si va dal neo millenarismo “gretino” alla strumentalizzazione politica leghista con la punta comica di Luca Zaia che prova a fare l’indiano dicendo che “è colpa dello Stato” come se, nei rapporti con il concessionario dei lavori, il Consorzio Venezia Nuova, la Regione sia stata e sia ancora oggi un terzo incomodo, per lo più ignorato.

La logica mediatica dell’emergenza (ma l’acqua alta a Venezia è fenomeno strutturale che, certamente, peggiorerà nei prossimi anni e rispetto al quale occorrerà vedere se le specifiche tecniche di MOSE, ormai piuttosto risalenti, saranno all’altezza) impone che si attivi un circo di interviste, dichiarazioni e lanci stampa, salvo poi “spegnersi” e schiantarsi sui vincoli di finanza pubblica – particolarmente pesanti in tempi di disattivazione delle clausole di salvaguardia legate all’IVA. Per capire in che acque navighi la zattera del Conte Bis basti pensare che la legge di bilancio prevede una riduzione della quota esentasse dei buoni pasto per i dipendenti pubblici da 5,29 a 4 euro (con un aumento della base imponibile di euro 1,29 per 20 al mese ossia 25,5 euro al mese ed un prelievo, ad aliquota media, addizionale di 8,25 euro al mese).

Si sta, insomma, raschiando il fondo del barile con la solita tecnica di “polverizzazione” degli interventi fiscali.

In realtà ogni questione, MOSE e alluvioni bibliche comprese, è e resta vincolata, a legge di bilancio approvata sperabilmente entro fine anno, all’esito delle prossime elezioni regionali in Emilia Romagna: se Bonaccini – candidato e già governatore in quota PD – dovesse perdere, la legislatura precipiterebbe verso una fine rapida e senza agonia e si andrebbe a votare a giugno del 2020 con una matematica vittoria della destra sovranista del tandem Salvini-Meloni.

Una fine già scritta, sembra, ed inevitabile come il ritorno dell’acqua alta nelle calli veneziane: in una politica ormai desertificata di rappresentanza democratica, infatti, non esiste una diga possibile al crescere della marea delle destre nazionaliste e criptofasciste, tal che pare che si debba passare per quelle Forche Caudine, pagando l’amaro dazio che esse, senza dubbio, ci imporranno.

CB