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Cittadini del Lazio in ansia per errori diagnostici e vittime di liste di attesa

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Cittadini del Lazio disorientati e a caccia di informazioni, in ansia per presunti errori diagnostici e terapeutici, in lotta tra loro per accedere alle prestazioni, ma il più delle volte vittime di un sistema di liste di attesa colabrodo. Nel 2010 le prestazioni erogate e non prenotate nella Regione Lazio sono state ben 8.751.821, pari al 62,9% del totale delle prestazioni erogate. E chi le rispetta può attendere oltre 100 giorni per una visita oculistica o urologica, più di 180 per una visita cardiologia, e addirittura 340 giorni per un’ecografia all’addome. È quanto emerge dalle segnalazioni giunte nei primi 6 mesi del 2011 a Cittadinanzattiva-Tdm Lazio, analizzate dal segretario regionale Giuseppe Scaramuzza. «Con un sistema sanitario in fase di ristrutturazione noi crediamo che il principio della contestualità sia sacrosanto – evidenzia Scaramuzza all’Adnkronos Salute – Insomma, si chiudano i servizi solo laddove si riesce a garantire contestualmente l’apertura di nuovi e più adeguati servizi sanitari».

Intanto i problemi più sentiti dai cittadini laziali sono legati alla mancanza di informazione e al conseguente disorientamento (18,2%), ai presunti errori (17,2%) e alla difficoltà di accesso alle prestazioni (11,9%). Seguono il rapporto con medici e personale sanitario (8,7%), denunce varie (7,1%), invalidità e accompagno (5,4%), liste di attesa (5%). Nel dettaglio, i cittadini disorientati lamentano la poca chiarezza che accompagna compiti e doveri dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta (30% delle segnalazioni relative); l’incompletezza delle informazioni relative al pagamento del ticket al Pronto Soccorso e alle patologie per le quali è prevista l’esenzione (27%); la difficoltà di comprensione della normativa di riferimento (22%). E ancora la non conoscenza di funzionamento ed organizzazione dei servizi (18%), dall’ospedalizzazione alla riabilitazione, dalla scelta del medico ai diritti rispetto alle visite a domicilio, dal come prenotare un esame al conoscere gli orari di apertura degli studi.

Quanto ai presunti errori diagnostici e terapeutici (17,2% dei casi), questi riguardano al primo posto l’oncologia (26% delle segnalazioni relative). Nel mirino: sottovalutazione sintomi, mancata diagnosi tempestiva, mancata prescrizione di accertamenti idonei a favore di accertamenti non idonei, errata lettura di accertamenti diagnostici, errata diagnosi e falso negativo, etc. In ortopedia (24%): diagnosi errata o tardiva, non riconoscimento di lesioni in atto, sottovalutazione sintomi segnalati dal paziente, errata immobilizzazione, mancato rilevamento di tutte le lesioni in politraumatizzati. Nella classifica delle specialità coinvolte seguono chirurgia generale (15%), cardiologia (7%), diagnostica e ginecologia (6% ciascuno), medicina generale (4%), oculistica ed otorinolaringoiatra (3% ciascuno), odontoiatria ed urologia (2%), pediatria (1%). «Anche se non sempre dietro una segnalazione sussiste un errore medico giuridicamente rilevante – specifica Scaramuzza – permane nei cittadini la convinzione di aver comunque subito un torto ogni qual volta viene meno il rapporto fiduciario con il medico. Vuoi per un consenso informato ridotto a mera formalità, vuoi per errori banali nella compilazione di referti, prescrizioni, certificati e cartella clinica. Anche a fronte di tali situazioni – evidenzia – riteniamo che l’introduzione della mediazione in sanità rappresenti una buona occasione dal punto di vista della tutela dei diritti».

Burocrazia e poca trasparenza complicano l’accesso alle prestazione, mentre l’8,7% delle segnalazioni punta il dito sul rapporto con i medici/personale sanitario a causa del mancato rispetto di principi deontologici, ma anche della scarsa umanità e sensibilità da parte di chi dovrebbe sempre porre al centro la persona e non semplicemente la malattia. Capitolo a parte, quello delle denunce (7,1% dei casi): dalle cattive condizioni delle strutture (57% delle segnalazioni relative), all’inadeguato trattamento degli utenti (26%), all venir meno del diritto a continuità e qualità delle cure (14%), all richiesta ingiustificata di pagamenti e rifiuti di rimborsi spettanti di diritto (3%). Per invalidità e accompagno (5,4% dei casi) le segnalazioni attengono soprattutto la consulenza, sia medica (60% delle segnalazioni relative) che tecnica (15%), seguite da richiesta di informazioni, sia generica (11%) che relativa alla Legge n. 80/2006 (7%).

C’è poi il capitolo delle attese: difficoltà di accesso a servizi e prestazioni (48%), attese e ritardi ingiustificati (25%), malfunzionamento liste (13%), mancata erogazione del servizio (10%), esenzione pagamenti (4%). «L’ottimo lavoro del RECUP – conclude Scaramuzza – è in gran parte vanificato dal fatto che solo poche aziende forniscono una percentuale significativa delle agende. Il risultato è che oltre il 60% delle prestazioni erogate nel Lazio non sono prenotate». Questo dato «si colloca fuori da ogni controllo del Servizio regionale di prenotazione, e non fa che alimentare in tanti cittadini un comune senso di ingiustizia perchè può facilmente nascondere un sistema di favoritismi, clientele e concussione, se non di corruzione», conclude. A Roma percentuali particolarmente alte di prestazioni erogate ma non prenotate si riscontrano presso l’Umberto I (85,8% di prestazioni fuori lista) e Asl Roma H (64,9%). In provincia, si distingue in negativo l’Asl Viterbo (70,9%), seguita da ASslFrosinone (68,1%) e Asl Latina (67,6%); valori più contenuti presso l’Asl Rieti (49,5%).

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