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No Time To Die – Il canto del cigno del James Bond di Daniel Craig

No Time To Die

Era il lontano 2006 quando Daniel Craig esordì come 007 nei cinema, anticipato da mesi di polemiche e proteste di alcuni fan che non lo vedevano adatto al ruolo. Sono passati 15 anni da allora, Daniel Craig è divenuto lo 007 più longevo della storia e il mondo si appresta a salutare quello che è stato, a detta dei più, uno dei più apprezzati James Bond del grande schermo. 

 

Non è mai facile parlare di un film di James Bond, i paragoni sono tanti e tutti molto diversificati tra loro, perché nessun precedente interprete ha mai portato sullo schermo “lo stesso” 007.  Ogni ciclo ha una sua individualità e nel caso di Craig le caratteristiche del suo Bond apparvero evidenti già dal suo film di debutto, Casinò Royale: rabbioso, impulsivo, leale, emotivo, coraggioso.

No Time To Die decide di inserirsi perfettamente nella mitologia del Bond di Craig, andando a toccare ed evidenziare tutte quelle che sono state le sue caratteristiche fondamentali nel corso delle cinque pellicole che lo hanno visto protagonista. Siamo davanti infatti ad un film d’azione con tutti i crismi: inseguimenti folli, scontri al limite dell’impossibile, gadget unici e un tour di località meravigliose sparse nel mondo.
Contemporaneamente però siamo di fronte a un film sentimentale, dalla profonda anima e dalla grande emotività. Una caratteristica che può essere considerata il segno distintivo del James Bond di Daniel Craig, un agente 007 che prova ed è guidato da forti emozioni.

Un Bond vicino a questo forse lo avevamo visto solo in Al servizio segreto di sua maestà, nel 1969, per l’unica performance di George Lazenby.  Cary Fukunaga, regista e sceneggiatore di No time to die, ci fa capire da subito di aver compreso e di voler valorizzare questa vicinanza tra i due Bond con un leggero richiamo musicale che segue una citazione della più famosa battuta del film del 1969.

Un dettaglio che è solo uno tra i tanti rimandi, occhiolini e citazioni che il regista fa nel corso della pellicola, la maggior parte direttamente rivolti alla saga di Craig stesso. Parallelismi che possono non significare nulla per il pubblico generalista ma che un fan della saga di certo noterà e apprezzerà moltissimo. Simboli evidenti della cura e della passione che Fukunaga ha messo in questa pellicola.

Un amore che si traduce in un film solido, ben scritto, ricco di colpi di scena inaspettati e capace di tenerci incollati allo schermo fino alla fine senza mai annoiare nonostante la durata tutt’altro che breve. Un film che supera facilmente Spectre e anzi, riesce a valorizzare un personaggio centrale come Blofeld molto più di quanto l’ultimo film fosse riuscito a fare, pur dedicandogli ai tempi il ruolo di antagonista principale della pellicola!

Daniel Craig è sempre mastodontico nel ruolo dell’agente segreto britannico più famoso di sempre e recita con il corpo e con il viso, molto spesso lasciando ad una singola espressione molto più di quanto potrebbero dire intere righe di dialogo. Un Bond che pur stanco, deluso e ormai ritirato dal servizio non può tirarsi indietro quando in gioco ci sono i destini del suo e del nostro mondo. Accompagnato in questo da un cast ormai solido e rodato nei ruoli. New entry di spicco sono Lashana Lynch, Ana De Armas e Rami Malek, che interpreta l’antagonista di questa ultima avventura. Malek non sfigura, anzi, ma il personaggio che interpreta è forse l’unica nota a cui si possa alzare qualche obiezione. Un personaggio che manca di una solida costruzione e finisce quindi per risultare un po’ sprecato come un “classico villain di Bond”.

Non intacca però la qualità della pellicola e il giudizio molto positivo sul film, che saluta Daniel Craig e la sua saga con un commiato emozionante.

Il saluto che merita un Bond che è nato tra le proteste e chiude tra gli applausi.

Luca Silvestri