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Le rubriche di RomaDailyNews - Favola

Favola della domenica – Il balocco

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    C’era una volta una bambina di nome Cecilia che aveva un suo gioco preferito: una piccola carrozza con cavalli di legno.

    L’aveva ricevuta in dono da un’amichetta che incontrava spesso ai giardini pubblici. Un giorno osservò: “Hai proprio un bel giocattolo. Ci posso giocare per un po’?”

    L’altra, di nome Andreina, aveva acconsentito. A fine giornata, le aveva detto: “Se vuoi, puoi tenere la mia carrozza, io ne ho un’altra uguale”.

    Cecilia, ringraziando incredula, abbracciò il giocattolo e lo tenne stretto a sé finché non fu a casa. Lo depose in un angolo ben nascosto del suo armadio dove i due fratelli più piccoli, Toto e Dodo, non potevano trovarlo.

    Quella sera il papà le lesse una favola. Si trattava di una storia presa da un vecchio libro. Si parlava di un giocattolo che, nella versione antica, veniva chiamato: ‘il balocco’.

    ‘Ecco’ pensò Cecilia ‘la mia carrozza è proprio un meraviglioso balocco, e così voglio chiamarla sempre’.

    Poco tempo dopo, Toto e Dodo ebbero il compito di descrivere un mezzo di locomozione d’altri tempi. Si misero in testa di trovare la famosa carrozza, convinti che facesse al caso loro.

    Era domenica e Cecilia era andata ai giardini. I due si introdussero nella sua camera dove regnava un bell’ordine. Aprirono le ante dell’armadio e, senza tanti complimenti, mandarono all’aria vestiti, gonne e magliette. Si appropriarono del famoso balocco.

    “Fai attenzione, Dodo” disse Toto, “Cecilia non deve accorgersi di niente”.

    “Non ti preoccupare, rimetteremo tutto a posto prima che torni a casa”.

    I due ragazzini presero la carrozza e la portarono in camera loro per osservarla e studiarla.

    Nell’ansia di fare presto, la girarono, la tirarono dall’uno all’altro, la sollevarono in alto così che tutti i finimenti dei cavalli risultarono attorcigliati, le ruote del veicolo scomposte e gli sportelli manomessi.

    “..E adesso, che facciamo?” si preoccupò Dodo.

    “Papà sarà capace di aggiustarla” disse Toto per togliersi dai guai.

    L’uomo si rese conto che se la figlia avesse visto il suo balocco quasi distrutto, si sarebbe disperata. Si dispose quindi a ripararlo nel minor tempo possibile, facendosi aiutare dai due fratelli.

    Toto reggeva la carrozza per permettere al padre di passare la colla sulle finiture interne mentre Dodo sollecitava il padre a fare presto. In un movimento più agitato degli altri, il ragazzino urtò il giocattolo. Un rivestimento, posto sotto il sedile di legno, si staccò e cadde.

    I ragazzini sussultarono, aspettando una punizione. L’uomo, invece, prese in mano qualcosa che si trovava proprio in quel ripostiglio.

    “E’ un pupazzetto a forma di angelo..” disse, mostrandolo ai figli. Toto guardò a sua volta nella cavità e vide altre due figurine: “Ce ne sono altri due più piccoli, papà”. I tre osservarono gli oggetti in pasta di gesso con meraviglia. ‘Come mai si trovano qui?’ sussurrò il padre.

    In quel mentre si sentì chiudere la porta d’ingresso. Cecilia aveva fatto ritorno a casa. I due fratelli  cercarono di nascondersi, ma la sorella era già entrata nel salotto dove avveniva la riparazione. “Che cosa succede? Chi ha preso il mio balocco?” esclamò, alla vista della sua carrozza sul tavolo.

    “Scusa, abbiamo combinato un guaio” disse Toto, con le mani dietro la schiena.

    “Non lo facciamo più, promettiamo..” aggiunse Dodo, contrito.

    Con pazienza, il padre spiegò ciò che era avvenuto circa la necessità dei fratelli di trovare il modello per una ricerca scolastica e l’incuria che l’aveva  ridotta in quello stato. “Tornerà come nuova, te lo assicuro”.

    “L’hanno presa senza il mio permesso!”. Cecilia era arrabbiatissima, poi vide gli angeli e si calmò: “Li ho messi io nel ripostiglio. Era un regalo per voi e non volevo che li vedeste prima del tempo. Mi sembrava che vi assomigliassero…”

    “Grazie, figliola”. Il padre si commosse e i fratelli, a sentirsi paragonare a due angeli, diventarono rossi come due gamberi.

    “Grazie, sorellina, ci dispiace tanto, ci perdoni?” dissero con convinzione e rammarico, poi si affrettarono ad abbracciare la sorella che, di colpo, sentì svanire la rabbia e restituì l’abbraccio con trasporto.

    Maria Rosaria Fortini

     

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