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Le rubriche di RomaDailyNews - Favola

Favola della domenica – Il Bracchetto e l’Orso

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    C’era una volta un piccolo bracco tedesco. Era nato, insieme a due fratellini, nell’abitazione del guardiano di uno zoo.

    Con il suo temperamento vivace, si allontanava spesso dalla cuccia materna per gironzolare nei dintorni. Un giorno che tutti dormivano, si arrampicò su una finestra aperta e rotolò sul terreno esterno.

    Quando si riprese, osservò un mondo completamente nuovo. Curioso, andò in esplorazione. Udiva versi di animali e, deciso, si diresse verso quelle voci.

    Trotterellando, s’imbatté in una gabbia dove stava distesa una fiera tigrata. Arretrò all’improvviso cadendo sulle sue stesse zampe. L’altra aprì un occhio: “Chi sei?” gli domandò.

    “Ho sentito dire da Mario, il mio padrone, che sono un bracco tedesco”.

    “Hai un bel manto color cioccolato”.

    “Che cosa fai così imprigionato?”

    “Sono qui per allietare i bambini che vengono allo zoo, ma non ne sono molto contento, ti confesso”. In quel mentre si udì un bramito. Il bracchetto sussultò e si nascose dietro la gabbia. “Chi è stato?” domandò.

    “E’ l’orso bruno. Protesta quando i visitatori si avvicinano troppo…Sei scappato di casa per caso?”

    Si udì una voce: “Bracchetto, bracchetto, dove sei?” Una bimba di sei anni si avvicinava correndo. Il cagnolino non ebbe il tempo di scappare. La bambina lo prese in braccio per riportarlo subito a casa: “Non devi allontanarti da solo, lo sai”.

    Il cucciolo non si diede per vinto. Verso sera, si allontanò di nuovo. Prese la strada delle gabbie. Desiderava trovare quella dell’orso. Tra il timore e la curiosità, pensava: “Voglio vedere che aspetto ha questo orso bruno. Chissà che non si possa diventare amici”.

    Superata la gabbia della tigre, addormentata, vide una famiglia di tre persone che si attardava oltre l’orario di visita. Era formata da una mamma, un papà e da un ragazzo piuttosto grande. In quel momento, si levò un feroce bramito. Il bracchetto sussultò e scorse un animale peloso e imponente. Era l’orso bruno. Terrorizzato, si paralizzò, poi pian piano si fece avanti. Vide che le sbarre erano abbastanza larghe per lui. Vi entrò, con la speranza di essere accolto con gentilezza come era avvenuto con la tigre.

    Immediatamente, l’orso reagì. Fece un passo verso l’intruso e cercò di azzannarlo mentre emetteva un verso impressionante. Il bracchetto si immobilizzò per la paura, poi si accasciò come svenuto. Intanto la famigliola era andata avanti e non si era accorta di nulla.

    Il cagnolino sognò di avvicinarsi all’orso: “Sono un bracchetto” gli diceva. “Speravo di poter fare amicizia con te”.

    Nel sogno, l’orso piegava la testa di lato, sussurrando: “Che strano animaletto è questo che sfida la mia potenza e la mia pericolosità?”, poi lo prendeva tra le braccia per cullarlo.

    Il bracchetto si svegliò, felice. Invece, l’orso lo stava guardando molto arrabbiato e, avanzando di un passo, lo avvertì: “Togliti subito dalla mia gabbia o finirai male”.

    Il cagnetto si affrettò a obbedire ma una zampetta si incastrò tra le sbarre. Cominciò a guaire disperato. Più che dai bramiti dell’orso bruno, la famigliola fu richiamata dai lamenti del cagnolino. Il papà lo tirò per la coda, gli liberò la zampetta dalle sbarre e lo posò a terra. Il figlio lo prese in braccio: “Che cosa volevi fare, cucciolotto, sfidare il grande orso bruno?” gli disse accarezzandolo.

    In quel momento arrivò il guardiano dello zoo: “Benedetto bracchetto, dove ti eri cacciato? Sei sempre in cerca di guai!”. Si rivolse ai tre: “Ne abbiamo tre di questi cuccioli. Hanno due mesi. Speravamo di darli a qualcuno, non possiamo tenerli tutti”.

    I genitori e il figlio si guardarono. Da tempo desideravano un amico peloso. Forse era arrivato il momento di prenderne uno. La mamma guardò il cagnolino, aveva lo sguardo dolce e mite; ne fu conquistata. “Vuol dire che lo prenderemo noi” disse.

    “Non gli abbiamo ancora dato un nome però” disse Mario.

    “Io so quale dargli. Lo chiameremo Orso”. Il ragazzo lo strinse al petto, felice.

    Passarono di nuovo davanti alla tigre. Era sveglia: “Ehi, amico! Vedo che hai trovato la tua strada…”

    “Sì, ho una famiglia, ora”.

    “Salta, corri, gioca, mi raccomando, tu che puoi farlo e non badare all’orso. La prigionia lo rende scontroso”.

    “Non ti preoccupare. L’ho capito. Abbi cura di te. Tornerò a trovarvi presto”.

    Maria Rosaria Fortini

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