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Favola della domenica – La sfera natalizia

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    Una notte Silvio, un bambino di sei anni, fa un sogno. Vede venire verso di lui una piccola, anzi minuscola pallina, punteggiata da tanti chiodini. Sembra una sfera natalizia.

    “Ciao Silvio”.

    “Ciao, chi sei?”

    “Sono un virus”.

    “Quale virus?”

    “Uno dei tanti”.

    “Non sarai mica il coronavirus, vero?”

    “Sì, sono quello che chiamano così, ma non è il mio nome”.

    “Aiuto!” Silvio, nel sogno, balza dal letto cercando la fuga.

    “Non spaventarti. Non sono qui per farti del male”. La pallina gira muovendosi rapidamente avanti e indietro, nella speranza di rassicurare il bambino.

    “Non è vero. Tu stai facendo del male a tutti!”

    “Io non volevo. Devi sapere che sono soltanto uno dei migliaia di milioni di virus che stazionano nel corpo di ogni uomo”.

    “Allora, perché ci stai minacciando?”

    “A un certo punto sono diventato pericoloso, non so neanche io il perché”.

    “Non ci credo. Figurati se è vero…”. Silvio torna a sedersi sul letto. E’ imbronciato. Incrocia le braccia. Però, quella conversazione lo interessa. Poter dialogare con il coronavirus che sta terrorizzando l’intero mondo non è da tutti.

    “Ti assicuro che è così”. Ora la pallina punteggiata gira su se stessa. Il bambino la osserva. Appare di un vago colore grigio.

    “Se non fossi così pericoloso, direi che sei carino”.

    “Grazie. Che cosa posso fare per te?”

    “Aiuto! Vuoi infettarmi?”. Silvio tenta di scappare di nuovo. La piccola sfera si immobilizza: “Stai tranquillo. Vedi, parlo con te. In questo momento sono innocuo”.

    “Va bene. Va bene. Ora, voglio sapere: che cosa intendi fare per il futuro?”

    “Vorrei andarmene, ma ci sono tantissime persone che mi trattengono”.

    “Ti trattengono? Com’è possibile?”

    “Ma sì. Lo sai anche tu, pensano sempre a me”.

    “Ti pensano perché hanno paura”.

    “Non ti pare la stessa cosa?”

    “Ma no, se io ti penso è perché vorrei che te ne andassi”.

    “Non cambia nulla. Più persone mi pensano, più io sono prigioniero”.

    “Non ho mai sentito una cosa del genere. Forse perché sono piccolo e non capisco i ragionamenti dei grandi”.

    “Ti spiego. Quanto più le persone mi evitano, più io mi avvicino”.

    “Che dici? Sei dispettoso per caso?” Silvio fa segno con le mani per allontanarlo più possibile da sé.

    “Ma no. E’ una legge universale. Vedi? Più cerchi di allontanare le cose sgradevoli, più queste si avvicinano”. Effettivamente, la pallina si sta avvicinando a Silvio.

    “Vai via, vai via!” urla il bambino nascondendosi sotto le coperte.

    “Ehi! Ascolta. Voglio farti una proposta: possiamo diventare amici?”

    “Che cosa?” Per la sorpresa, Silvio fa capolino dalle coperte.

    “Sì, dai, diventiamo amici”.

    “Perché?”

    “Se diventiamo amici, io non sento le tue vibrazioni di paura e non mi avvicino”.

    “Sei proprio strano…Però, se pensi che funzioni, facciamo come dici tu”. Silvio si concentra: tenta di sorridere, di mandare pensieri di amicizia alla pallina. Presto, questa si scosta da lui e fa per uscire dalla stanza.

    “Ehi, che fai? Te ne vai?”

    “Sì, non sento più attrazione verso di te…”

    Silvio si risveglia. Ha il batticuore. Gli sembra di aver vissuto una storia vera.

    ‘Peccato, però, ora che non avevo più paura, avrei voluto parlarci ancora un poco’ pensa il bambino che crede di aver fatto una scoperta straordinaria. Nutrire sentimenti di amicizia per allontanare una calamità è una cosa eccezionale. Si ripromette di dirlo a tutti.

    “Silvio!” si sente chiamare da un’altra stanza “sei sveglio?”

    “Sì, mamma”.

    “Ho fatto l’albero di Natale. Vieni a vederlo”.

    Il bambino si stropiccia gli occhi. In pantofole, raggiunge la sala da pranzo. Meraviglia! Gli addobbi risplendono. Sono di tante forme e colori. Toh! Ce n’è uno sferico di colore grigio-argento con tanti chiodini… Brilla più degli altri. Sembra voler attirare la sua attenzione.

    ‘Allora il sogno era vero’ pensa Silvio ‘il virus ha voluto dirmi, a suo modo, che non è più pericoloso per me’.

    Maria Rosaria Fortini

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