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‘L’astice al veleno’ di Salemme al Teatro Olimpico

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Il pubblico si diverte, ride molto e alla fine applaude a lungo Vincenzo Salemme, che, felice, fa letteralmente salti di gioia in palcoscenico. Insomma, anche questa sua nuova commedia «L’astice al veleno» che si replica a Roma al Teatro Olimpico per tutte le feste, sino al 23 gennaio, si avvia da essere un altro successo, pur essendo una piccola sfida per questo autore, attore, regista napoletano. Qui, infatti, Salemme sceglie toni e strutture di spettacolo nuove, quasi ispirandosi alle classiche commedie musicali americane e di G&G, con tante canzoni a intramezzare la recitazione che non ruota attorno a una situazione paradossale, comica, da cui scaturisce una girandola di equivoci, ma ha un plot sentimentale, pur tingendosi vagamente di nero, per il tentato avvelenamento che la protagonista, Barbara, un’attrice, tenta di sè e del suo amante, il regista Matteo (chiamato Don Matteo con battute sull’omonima fiction tv), che la illude da anni e non lascia mai la moglie, tantomeno in giorni come quelli delle feste di Natale. È il 23 dicembre, quando i due si devono salutare per un pò di giorni e lei, che dovrebbe restare sola, chiede una cena di Natale tra loro due, che, inevitabilmente, si dovrebbe svolgere quel giorno nel tardo pomeriggio, prima che Matteo torni a casa, dove lo attende un’altra cena con i parenti. In programma un’astice, che nessuno ha voglia o riesce a ammazzare, accompagnato da un vino in cui Barbara versa del veleno. Solo che, prima che tutto sia a posto, arriva un pony express vestito da Babbo Natale, che porta un pacco dono. A interpretarlo è Salemme e, da quel momento, tutto ruota attorno a lui, alle sue invenzioni, all’inesauribile vena comica, tra copione e immprovvisazioni (per arrivare dice di aver dovuto superare i disordini dei Black Blok), ammiccando e coinvolgendo il pubblico direttamente con domande, tra battute e vivacità fisica, con una giovane e bella Benedetta Valenzano che riesce a fargli da spalla, rivelando una bella verve. Naturalmente programmi e situazioni si scompigliano sino al lieto fine. Con loro, in scena, si notano le quattro statue che Barbara vede muoversi e parlare, a rappresentare un pò il suo inconscio, il suo desiderio di amicizia e sostegno: la lavandaia di Antonella Morea, il poeta di Giovanni Ribò, lo scugnizzo di Antonio Guerriero, ma soprattutto il munaciello di Nicola Acunzo, che fa il paio coll’inserviente e tecnico del teatro Vicedomini di Domenico Aria

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