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Macrodattilia, il ‘dito gigante’ verso una terapia

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Due i farmaci in sperimentazione, uno di questi, ARQ092, in Italia

Oggi si celebra la prima Giornata Nazionale: le famiglie chiedono il riconoscimento della patologia tra quelle rare e l’attivazione dei registri

La macrodattilia è una rara malattia che in greco significa “grande dito” (makrós e dáktylos). Chi ne è affetto, infatti, ha uno o più dita della mano o del piede molto più grandi delle altre. Presente fin dalla nascita a causa della mutazione in un gene (il PIK3CA) che si verificherebbe in uno stadio variabile dello sviluppo dell’embrione, la malattia provoca un ingrossamento generale ed eccessivo delle dita e delle parti circostanti, tra cui i tendini, i nervi, le unghie, la pelle e le ossa. La macrodattilia può causare grandi disagi, dalla difficoltà a camminare alla necessità di interventi chirurgici, fino ad arrivare, nelle forme più gravi, all’esigenza di amputazione di uno o più dita o di un intero raggio, che non sempre si dimostra una soluzione risolutiva.

Nonostante sia molto invalidante, la macrodattilia non è inserita nella lista delle malattie rare esenti da Ticket (clicca qui per la guida alle malattie rare esenti). Manca, quindi, la possibilità di identificare una prevalenza e un’incidenza precisa della malattia; non esiste un elenco dei centri regionali e nazionali di riferimento per la specifica malattia (si fa dunque riferimento ai centri accreditati per la Dismorfologia) e non sono state delineate linee guida condivise dai medici.

Per accendere i riflettori su questa malattia e veder riconosciuti i propri diritti, i pazienti e i genitori dell’Associazione Nazionale Macrodattilia Onlus, prima ed unica realtà associativa in Italia sulla patologia, hanno indetto la 1ª Giornata Nazionale dedicata. Inserimento nella lista delle malattie rare esenti, attivazione dei registri e identificazione di specifici centri di riferimento sono le prime richieste dell’Associazione.
Nata da un gruppo di papà e di mamme, fra cui Federica Verduzzo e Federica Borgini, che in meno di un anno di attività è riuscita a mettersi in contatto con le famiglie di 28 bambini e delineare una prima stima numerica della malattia.

“Un percorso reso ancora più complesso dal fatto che la macrodattilia non è inclusa nell’elenco delle malattie rare, neppure nella versione ampliata contenuta nei Nuovi LEA: perciò non abbiamo accesso ai registri per poter avere informazioni precise sulla malattia”, ha spiegato all’ Osservatorio Malattie Rare la presidente della Onlus, Federica Verduzzo.

“Abbiamo cercato di stimare la frequenza della macrodattilia in Italia sulla base delle poche pubblicazioni reperibili in letteratura”, ha aggiunto Federica Borgini. “Secondo questi calcoli, l’incidenza sarebbe di 0,2 casi su 10.000 nati e la prevalenza di 0,18 casi su 10.000 abitanti, dati che la farebbero rientrare fra le malattie ultra-rare”.

La buona notizia è che nonostante il mancato riconoscimento come malattia rara, la ricerca non ha abbandonato questi bambini, al punto che sono in corso quattro sperimentazioni cliniche nel mondo: tre studi di Fase II, su una molecola chiamata sirolimus, sono in corso negli Stati Uniti, in Francia e nel Regno Unito. In Italia, invece, è in corso uno studio clinico di Fase I/II su una nuova molecola, ARQ 092, nei pazienti con significativa morbilità, scarsa qualità di vita e prognosi sfavorevole. I centri coinvolti sono l’Azienda Ospedaliero-Universitaria Policlinico Vittorio Emanuele di Catania e l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma, che guida la sperimentazione nel nostro Paese. Il trial clinico è sostenuto dall’azienda americana ArQule.

Avendo attualmente in cura circa 10 pazienti con manifestazioni cliniche severe di malattia da iperaccrescimento, l’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù è uno dei principali centri di riferimento, e il prof. Andrea Bartuli, responsabile dell’U.O.C. Malattie Rare e Genetica Medica, ci ha parlato dello studio in corso. “Il trial, in aperto e a singolo braccio, è partito da circa 6 mesi: ogni paziente seguirà un percorso terapeutico della durata di 18 mesi e non si esclude di coinvolgere anche altri centri. I pazienti con sindromi da iperaccrescimento con macrodattilia hanno una mutazione a mosaico, solo nei tessuti colpiti: nel corso dello studio, quindi, si effettuerà una biopsia della zona affetta da iperaccrescimento per verificare la presenza di mutazioni genetiche correlate. In seguito, verificheremo se la molecola ha la capacità di inibire o addirittura ridurre la proliferazione cellulare”.

Secondo il prof. Bartuli, comunque, la chirurgia e la terapia medica non dovrebbero essere viste come due tecniche alternative: “Persino l’amputazione non sempre è risolutiva, quindi credo che se il trial darà i risultati sperati, i due trattamenti potranno essere usati in sinergia, a seconda dei casi. E se ARQ092 dimostrerà di essere sicuro ed efficace, sarà possibile accelerarne il percorso, autorizzando un suo uso compassionevole, nei casi gravi, prima che acceda alla Fase III”.

 

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