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Di quel Roma-Liverpool non esiste rivincita

No, per quei bambini, la rivincita a tutto questo non potrà mai esserci...

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“Non ci sarà rivincita”, “E chi la vuole”. Così in un famosissimo film. Quando, prima dell’ultima ripresa, i due pugili si parlano al centro del ring. In palio il titolo di Campione del Mondo. Forse le stesse parole che si sono detti, prima dei calci di rigore, Agostino Di Bartolomei e Graeme Souness. Perchè ci sono eventi che non possono proprio averla una rivincita. Questo, almeno per la mia generazione, è il caso di Roma-Liverpool di quel maledetto 30 maggio 1984.

Agli occhi di chi all’epoca era bambino quella era una partita già segnata, c’era solo da attendere i festeggiamenti a fine match. C’era solo da aspettare il momento magico, quello del tripudio. C’era solo da aspettare di vedere Capitan Di Bartolomei inquadrato dalle telecamere mentre alzava la “Coppa dalle grandi orecchie” in uno Stadio Olimpico devastato dalla gioia.

Eh si, perchè quella della mia generazione, era la Roma invincibile degli anni ottanta. La Roma dei Di Bartolomei, dei Tancredi, dei Nela, degli Ancelotti, dei Falcao, dei Cerezo, dei Pruzzo, dei Conti, dei Maldera. Avevi vissuto l’anno prima i festeggiamenti per lo scudetto. E con gli occhi di chi aveva dieci anni, o meno, sembrava tutto più grande. Tutto più bello. Tutto più “magico”. Perchè la vera magia del calcio la possono veramente assaporare soltanto i bambini.

Quella era una Roma che non si fermava davanti a niente e a nessuno. E l’anno dopo lo scudetto, ecco la Coppa dei Campioni. Lì, ad un passo, ad un sospiro. Così vicina che potevi quasi toccarla. E poi il fato, che all’epoca credevo nostro alleato, aveva preparato tutto nei minimi dettagli. Infatti, incredibilmente, come sede della finale quell’anno fu designato proprio lo Stadio Olimpico. Tutto, ma proprio tutto, sembrava già scritto. L’ipotesi B non era contemplata, o più semplicemente non esisteva.

A Roma, nei giorni precedenti all’incontro, c’era l’aria di festa. Anzi dei festeggiamenti. E allora bandiere ovunque, palloncini giallorossi sui balconi e spumante in frigo. E la sera del 30 maggio la Città Eterna si è bloccata. Ha trattenuto il respiro, nell’attesa spasmodica di liberare la propria irrefrenabile gioia. Ad una partita dal sogno. Come una formalità che bisogna per forza aspettare.

Quelli della mia generazione, i bambini dell’epoca, ricordano ogni singolo istante di quella partita. Ricordano tutto. Ricordano suoni ed odori, dove stavano, con chi stavano, esattamente quello che fecero al pareggio di Bomber Pruzzo. E poi i rigori. Sotto la Sud. Altro segno del destino, è fatta. Festeggiare la Coppa sotto la Sud, il degno finale di un trionfo. E poi, capirai con in porta Franco Tancredi, uno specialista…!!! Zero problemi. Il primo lo batte Nicol, fuori. Sul dischetto per noi  Capitan Di Bartolomei, neanche a dirlo, 1-0 per noi.

Dopo il primo turno dei calci di rigore la Roma era già in vantaggio. A quel punto sarebbe bastato segnare i penalty che restavano e la Roma sarebbe diventata automaticamente Campione d’Europa. Allo Stadio Olimpico. Con il rigore della vittoria battuto sotto la Sud. Tutto scritto da un superbo sceneggiatore.

Ma proprio quella sera, nella sera più importante, nella sera più attesa, a tutti quei bambini è caduto il mondo addosso. Quella sera si è infranto il loro primo vero sogno e nel modo più beffardo.

No, per quei bambini, la rivincita a tutto questo non potrà mai esserci…

 

Andrea Felici    

 

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