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Wimbledon 2018: ai quarti Camila Giorgi sfiderà Serena Williams

Wimbledon, Camila Giorgi ai quarti: sfiderà Serena Williams

Serena, che nei quarti se la vedrà con Camila Giorgi, «continua a splendere nei suoi completini post-maman bianchi, infilata in un paio di calze contenitive color carne che avrebbero fatto la gioia di Raffaella Carrà, e che la aiutano a migliorare la circolazione dopo i tanti problemi di trombosi da cui è stata tormentata negli ultimi anni.

Qualche giorno fa ha spiegato che continuerà a giocare “fino a quando Roger Federer non si ritirerà” – Roger, a cui è stata riferita la frase, ha commentato: “Credo sia una battuta…” – e si è detta “perseguitata” dagli agenti dell’antidoping che un paio di settimane fa si sono presentati a casa sua alle 8,30 del mattino, rifiutandosi di levare le tende fino a quando la campionessa, in quel momento assente, non li ha ricevuti.

Nel corso del 2018 la ex n.1 del resto è già stata testata 5 volte, contro una delle sue colleghe americane Madison Keys e Sloane Stephens: essere Serena, insomma, è gratificante, ma non sempre semplice.

Perché sul campo Serena sembra una guerriera – come Queen of Wakanda, ha spiegato a Parigi citando un’eroina dei fumetti -, ma sotto i completi da Cat Woman, le acconciature espanse, scorrono fragilità in fondo prevedibili per chi è cresciuta a Compton, sobborgo di Los Angeles, schivando i proiettili delle gang locali.

“La paura mi è sempre servita”, dice. “Senza la paura, i dubbi, lo sconforto, come riusciresti a reagire ai momenti difficili?”. A Wimbledon ha anche raccontato che dopo dieci mesi ha dovuto smettere di allattare la figlia Alexis Olympia, nata lo scorso settembre, perché continuava a perdere peso e non riusciva più a recuperare una forma fisica accettabile. “

L’ho presa in braccio e le ho detto: “Mamma non può più allattarti”. Poi mi sono messa a piangere. Ma lei non ha reagito male. Le donne mi possono capire, loro sanno che non siamo tutte uguali e che il fisico può reagire in maniera diversa”».

Sharapova eliminata a Wimbledon al primo turno

Dall’autobiografia Inarrestabile, pubblicata da Einaudi, apprendiamo che la figura centrale nella vita della campionessa è quella del padre Jurij, col quale palleggiava da ragazzina e che la fece vedere a Martina Navratilova.

Martina consigliò subito di portare la bambina in America e Jurij partì senz’altro per la Florida, «la Florida significava sacrifici e ristrettezze, dormire assieme su un divano sfondato con la padrona di casa che minacciava di buttarli fuori se non pagavano l’affitto (con Jurij che nel frattempo si adattava a lavori transitori), ma Masha – sceglierà lei di chiamarsi Maria perché in America non sanno pronunciarlo – intanto cresceva, alimentava la mentalità vincente, diventava sempre più forte grazie all’accademia di Nick Bollettieri, di Sekou, poi a Los Angeles da Robert Lansdorp (è lì che migliorerà i colpi piatti e violenti: il top spin è vietato).

Una quotidianità scandita dalla sveglia all’alba, dal rettangolo di gioco, gli esercizi, i compiti la sera, una telefonata alla settimana alla mamma (non di più: è costoso) che riuscirà a raggiungerli dopo due anni».

Quando vince a Wimbledon, nel 2004, battenda Serena Williams (che dopo sentirà piangere nello spogliatoio), «il padre festeggia da vero russo, si ubriaca per tutta la notte e alle cinque aspetta l’apertura dell’edicola per comprare i giornali che l’edicolante, emozionato, gli regala quando si sente dire “sono il padre di Maria Sharapova”» [Di Caro, Sole].